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Tommaso Pincio

Scrissi d'arte

Un virtuosistico montaggio tra ieri e oggi che dipinge la natura viva di un affresco culturale e tratteggia, con mirabile ironia, un "portrait of the young man as an artist".
Postfazione di Andrea Cortellessa
2015, pp. 304, brossura con alette
isbn 9788898038671 | collana: fuoriformato nuova serie
€ 21,00  –10%  € 18,90
Sinossi

Non è detto che un narratore debba commerciare coi miti; ma in questo, fra gli scrittori d’oggi, Tommaso Pincio davvero non teme paragoni. Il primo mito – a partire dal nome che s’è scelto – è il suo: che spiega il suo successo attuale con un fallimento remoto, quello del suo alter ego, un giovin signore che a vent’anni non si chiamava certo «Pincio» e non aveva la vocazione dello scrittore, bensì quella del pittore. A un certo punto qualcuno gli fece capire che lì, per dirla con romana brutalità, non c’era trippa per gatti; cominciarono così, a cavallo del nuovo secolo, un nuovo mestiere e una nuova identità. Quello fra penna e pennello, si sa, è cimento di lunga tradizione; messa così, però, è una mistificazione bella e buona. Perché c’è stato un periodo in cui penna e pennello stavano insieme sul suo tavolo concettuale. Il giovin signore masticava la sua delusione e lavorava in una galleria prestigiosa: assistendo artisti che, anche col suo aiuto, conseguivano il successo a lui negato. Eccome se scriveva: saggi, interventi, presentazioni; giunse persino a pubblicare un libro – Conformale, nel 1992 – che oggi è una rarità. Partecipava così, in forma vicaria e autopersecutoria, alle avventure altrui. Già allora la scrittura era un surrogato, un doppio virtuale, un malinteso beffardo: «Pincio», così di là da venire, viene da lì. Gli venivano così bene, le parole, che un bel giorno decise di affrancarle, almeno formalmente, da quell’obliquità da assistente; ma non è un caso che il suo primo romanzo, M., fosse intessuto di descrizioni di opere d’arte. E se deve scrivere un articolo, oggi che è uno scrittore affermato, è su un artista che preferisce farlo – proprio mentre ha rimesso mano al pennello... Forse quel percorso tradizionale ha deciso di rifarlo a ritroso, sia pure al suo modo obliquo: per esempio, pubblicando questo libro. Nel quale riporta il suo copioso repertorio “d’arte” (sui compagni di strada di quegli anni, da Stefano Arienti a Gianni Dessì, da Alfredo Pirri a Marco Colazzo; pezzi più recenti sono poi dedicati a classici moderni e contemporanei come Caravaggio e de Kooning, Warhol o Basquiat), tacitamente cancellandone alcune parti. Mentre altre ne correda di una cornice biografica, o mitobiografica, sulla sua vita di allora e quella di oggi: così componendo un’autobiografia per interposta quadreria. A.C.

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