In teatro il furto non è crimine, ma impresa di genio. Come Shakespeare rubò a Seneca e Ovidio il materiale per il suo primo dramma classico, così, a secoli di distanza, Heiner Müller saccheggiò il Bardo, Brecht e la tragica storia del Novecento per allestire uno dei testi più vividi e perturbanti di tutta la sua profetica opera.
Da leggersi come un’unica fluviale narrazione poetica, Anatomia Tito, riscrittura e commento del Tito Andronico, si compone di quattordici trascinanti quadri in cui lotte fratricide e intrighi di palazzo si alternano agli inserti lucidi e lirici dell’autore. Uno scontro di testi e tradizioni che si amplificano a vicenda. Sullo sfondo di una Roma apocalittica, Müller mette in scena la ferocia del potere e le connivenze dell’arte, lasciando intravedere nel crepuscolo di un impero l’inquieta alba di un nuovo equilibrio tra i popoli. «Un testo sull’irruzione del terzo mondo nel primo mondo», come lo definiva l’autore stesso.
L’opera, presentata qui nella prima edizione italiana, è accompagnata dalle fotografie di Alejandro Gómez de Tuddo, che traspongono in immagine, partendo da dettagli della Roma contemporanea, quel rapporto tra corpi e rovine, anatomia e scultura che sostanzia la visione tragica di Müller.

Heiner Müller (1929-1995) è stato il più influente drammaturgo tedesco del dopoguerra e uno dei maggiori registi teatrali del XX secolo. Controverso protagonista della scena culturale della Germania Est, ha reinventato la drammaturgia contemporanea con un continuo lavoro di riscrittura e straniamento della tradizione. Con l’inseparabile sigaro e una proverbiale dedizione all’arte, ha saputo muoversi tra le pieghe della censura e del regime incarnando la problematica coscienza critica di un’intera nazione. È stato erede di Brecht come direttore del Berliner Ensemble. Maestro del pastiche e della trasposizione, tra le sue opere più importanti figurano le rielaborazioni shakespeariane Macbeth (1972) e Hamletmaschine (1977), e rivisitazioni classiche di miti come Filottete (1965), Edipo (1967) e Medea (1983).

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