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Franco Cordelli

Proprietà perduta

«Che cosa è un romanzo infatti se non l’invenzione di un luogo? In questo caso si trattava di Ostia, la spiaggia di Roma.»
postfazione di Andrea Cortellessa
2016, pp. 272, brossura con alette
isbn 9788899793081 | collana: fuoriformato nuova serie
€ 24,00  –10%  € 21,60
Sinossi

L’inaudito si consuma su una spiaggia del litorale laziale, dove quattro anni prima aveva fermato i suoi passi Pasolini. Dal 28 al 30 giugno 1979 a Castelporziano, su un palco precariamente issato sulla sabbia, va in scena – complice il geniale assessore Renato Nicolini – il Festival internazionale dei poeti. Franco Cordelli ne è l’ideatore insieme a Simone Carella e Ulisse Benedetti, anime di un teatro dell’underground romano, il Beat 72. Insieme agli italiani, da Antonio Porta ad Amelia Rosselli, da Dario Bellezza a Valentino Zeichen, arrivano poeti da tutto il mondo, da Amiri Baraka ad Allen Ginsberg e William Burroughs, da Evgenij Evtušenko a Marcelin Pleynet, da Erich Fried a David Gascoyne. I mille spettatori della prima sera, la terza sono trentamila. Semplicemente a Castelporziano, quella volta, ci sono tutti. La poesia, da stanza separata per anime elette, d’improvviso si fa moda, fenomeno di costume, isteria collettiva. Scoprono di dover salire sul palco, quei tutti, bisognosi di «esprimersi». Dopo gli anni della febbre politica è venuto un tempo nuovo: quello del narcisismo di massa nel quale naufraghiamo tuttora, «in questo mare che è la nostra confusa e inespressiva vita sociale». Il successo non modifica l’impianto di quello che Cordelli ha concepito come esperimento di «avanguardia per le masse»: un gesto concettuale che l’anno dopo viene replicato – nello spazio antitetico di Piazza di Siena, a Villa Borghese – per paradossalmente dimostrarne l’irripetibilità. Durante la preparazione del secondo festival mette mano, Cordelli, a un testo che scrive in preda a una specie di raptus (anche se lo pubblicherà per Guanda solo nell’83). Proprietà perduta è insieme il diario-reportage dei due Festival ma soprattutto quello che definisce un «romanzo con i poeti», nel quale il primo dei personaggi è quello che dice «io». Forma irriducibilmente ibrida in cui la riflessione – sociologica sulle prime, poi sempre più marcatamente metafisica, per non dire ontologica – si annoda a manie pettegolezzi rancori di una generazione alla deriva. E ci si consegna, a trenta e più anni di distanza, non solo come documento di un capitolo-chiave della nostra storia culturale, ma soprattutto come fondamento – decisivo proprio per la sua precarietà – della nostra architettura mentale.

Recensioni
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