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Elio Pagliarani

Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984)

«Ma certo, l’asso di briscola non ce l’ho: né credo che sia mai funzione della critica tirar fuori gli assi di briscola. Ma ho abbastanza idea di come si danno le carte, del barare e altro.»
a cura di Marianna Marrucci
postfazione di Marianna Marrucci
2017, pp. 416, brossura con alette
isbn 9788899793227 | collana: fuoriformato nuova serie
€ 35,00  –10%  € 31,50
Sinossi

«A teatro è il fiato dello spettatore che dà fiato all’attore. Lo so per via che ogni tanto recito versi: io vario, essi variano, in funzione di chi ascolta, e viceversa.» Così scrive Elio Pagliarani nel Teatro come verifica: il primo dei saggi e articoli una cui scelta ordinò, nel ’72, col titolo appunto Il fiato dello spettatore (scelta qui ampliata e proseguita sino al termine della sua attività di critico teatrale, nell’84, grazie a un approfondito scavo bibliografico). Un’interazione da sempre pre­supposta dal teatro, certo, ma che per Pagliarani è solo un aspetto di quello che più gli interessa: «la socialità dell’arte come capacità di provocazione immediata». In quegli anni, più radicalmente, «inter­vento del pubblico come elemento costitutivo dello spettacolo» (per esempio col Living Theatre) e annullamento, dunque, della separa­tezza sacerdotale tra il performer solo al comando e un’audience passi­va e gastronomica: in una fusione simile, invece, al «ritmo corale» dei «braccianti del mare» evocato dal poeta nella Ballata di Rudi. L’incontro di Pagliarani col teatro non fa che dar seguito, infatti, alla componente pubblica, cioè sociale, di una parola, come la sua, da sempre declamata sulla strada prima che sulla scena. Una parola in 3D, già «spettacolo come quei libri per l’infanzia, che oggi diremmo in qualche modo pop, donde salta fuori un bosco un castello i set­te nani, a ogni pagina». Assistiamo allora all’incontro fra i numi di Brecht e Artaud in un teatro che fa appello insieme all’intelletto e ai sensi: quello che si poté vedere, sulle scene italiane, nei mitici Ses­santa e Settanta. Le «cronache» teatrali di Pagliarani, come le chiama con un termine a lui caro, restano oggi non solo la testimonianza più appassionata di quelle stagioni, ma anche la «cronaca» più fedele, ancorché o proprio in quanto frammentaria, di un tempo che volle sfidare le convenzioni e le convenienze di sempre per «tirare su la schiena», una buona volta. E proporsi, in tutti i sensi, all’aperto. A.C.

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