«Un romanzo estatico.»
Le Monde

Esiste un classico di coinvolgente bellezza, un libro essenziale, un romanzo perfetto che è rimasto pressoché ignorato dalle lettere italiane, e che ha invece marchiato a fuoco il Novecento francese: La riva delle Sirti di Julien Gracq, opera che tra Storia e mito racconta la decadenza e la rovina di un’intera civiltà.
Una guerra ormai sopita, eppure mai ufficialmente conclusa, tiene in scacco da trecento anni la fittizia repubblica di Orsenna, ricca di tradizioni e povera di futuro. L’attesa – questa paralisi della speranza – consuma la vita di Aldo, un giovane dell’aristocrazia cittadina piombato dagli agi e dalla spensieratezza della capitale alle sperdute e silenti lande di una sonnecchiante frontiera.
Julien Gracq racconta il dolce perdersi di una vita e il lento naufragare di un popolo, descrive i costumi, i palazzi e le leggende di un Paese immaginario, dipingendo con insuperabile maestria le vedute di un paesaggio avvolto in una «fantasmagoria di brume» da cui emergono le figure solide, nitide, del capitano Marino, dell’ufficiale Fabrizio, della splendida Vanessa, e anche – paradossalmente – del minaccioso e mai avvistato nemico d’oltremare.
In un’atmosfera metafisica – come sospesa tra Il deserto dei Tartari, la sontuosità di Proust e la vastità di Conrad – l’assurdo e il misterioso si accendono inaspettatamente dando vita alle fiammeggianti «verità intellettive» che puntellano questa avventurosa metafora dell’esistenza in cui ogni frase è intrecciata come i fili di un arazzo, ogni parola è potente, centellinabile come un liquore raro, dal fascino indiscutibile.

Julien Gracq (pseudonimo di Louis Poirier, 1910-2007) è un autore cruciale del Novecento, la cui opera costituisce un autentico monumento letterario studiato e venerato da generazioni di lettori.
Scrittore “tardivo” e poliedrico, insegnante dalla puntigliosa precisione, critico spietato con una particolare avversione per gli esistenzialisti, negli anni Trenta si inserisce nel dibattito letterario sul surrealismo divenendo amico e sodale di André Breton. In seguito alla polemica scaturita dal suo plateale rifiuto del premio Goncourt (assegnatogli nel 1951 per La riva delle Sirti) si rifugia in un orgoglioso eremitaggio artistico tra Parigi e la sua casa di famiglia sulla Loira.
È stato uno dei pochi scrittori francesi a essere pubblicato nella «Bibliothèque de la Pléiade» ancora in vita. Alla sua morte ha lasciato migliaia di pagine da pubblicare solo dopo vent’anni dalla sua scomparsa.

Sfogliando “La riva delle Sirti”:

Appartengo a una delle più antiche famiglie di Orsenna. Conservo della mia infanzia un ricordo di anni tranquilli, di pienezza e di calma, tra il vecchio palazzo di via San Domenico e la nostra casa di campagna sulle rive della Zenta, dove ci conduceva ad ogni estate mio padre e dove io già lo accompagnavo, visitando a cavallo le sue terre o verificando i conti dei suoi intendenti. Terminati i miei studi nella antica e celebre università della nostra città, una certa naturale inclinazione alla fantasticheria, e l’eredità di cui entrai in possesso alla morte di mia madre, fecero sì che non ebbi gran fretta di scegliermi una carriera. La Signoria di Orsenna vive come all’ombra di una gloria che le hanno acquistata nei secoli andati i successi militari contro gli Infedeli e i favolosi benefici dei suoi commerci con l’Oriente: la si può considerare come una persona molto vecchia e molto nobile che si è ritirata dal mondo e che, nonostante la perdita del suo credito e la rovina del patrimonio, è ancora difesa dal suo prestigio contro gli affronti dei creditori; la sua attività, debole ma ancora improntata alla calma e a una certa maestà, è quella d’un vegliardo che i segni di una costituzionale robustezza lasciano incredulo sui continui progressi della morte nel proprio organismo. [p. 7]

E poi, di tanto in tanto, su quell’intenerimento melanconico, scivolava come un colpo di vento vivo e allarmante in una notte tepida quella conturbante parola: “la guerra”, e i colori così puri del paesaggio che mi circondava prendevano una quasi impercettibile sfumatura di temporale. [p. 16]

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